L’arte della genuflessione 

​Non genuflettetevi per nessuno.  Non permettete che vi si faccia mettere in ginocchio,  non permettete che si calpestino sentimenti,  vita,  dignità.  Se per stare con qualcuno siete obbligati a stare in giù non ha senso.  Vi toglie molto più di quanto vi dà.  Perchè se qualcuno tiene a noi vuol vederci dritti e fieri,  non accovacciati e imploranti.  Non paga mai  stare supini ed annullarsi pur di non perdere l’altro. Non ha senso stare a novanta per chi non ci aporezza.  Che genuflettersi va bene solo per fare meglio l’amore. 

Annina Botta 

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Il gioco delle carte 

Ho imparato una lezione.  L’amore non basta.  Non è vero che può tutto,  non è vero che supera ogni ostacolo.  Ci sono muri che anche con tutto l’amore del mondo non si possono abbattere.  Che sia l’amore di un genitore,  di un fratello,  di un compagno.  Ci sono cose più grandi,  non più importanti,  ma più grandi.  E tu puoi combattere,  puoi dare comprensione,  puoi versare lacrime.  No,  non servirà.  Non potrà servire.  E ti sentirai inutile e impotente.  Penserai che non hai amato abbastanza.  Diventerà un lento stillicidio.  Non come le grandi delusioni che spengono la fiamma di colpo.  No.  Sarà un susseguirsi di piccole cose.  Stancamente farai finta di crederci.  Stancamente le parole ti attraverseranno.  Stancamente saprai che fa parte di quel balletto prestabilito.  Stancamente reciterai la tua parte in questa assurda pantomima.  Perchè l’amore non è bastato,  l’amore non può salvare da tutto,  l’amore ti dà,  però,  ancora quel briciolo di forza per continuare a crederci.  Anche quando le carte sono scoperte,  l’inganno è evidente e ti presti al gioco nella speranza che l’altro si salvi da solo.  Finché non verserai l’ultima goccia di sangue,  contro quel muro impossibile da sfondare,  e allora non ti resterà che salvare te stesso.  

Annina Botta 

Mancata precedenza 

​Colma d’insofferenza circondata dall’indifferenza. 

Mi nutro della tua assenza,  non mi credere ma sei dipendenza.  

Ripenso alla sequenza di questa imprudenza.  Gli occhi pieni di innocenza,  le mani in cerca di indecenza.  

E mi faccio lenza,  mi metto in penitenza.  

Cosa volta dire che non ci può essere partenza? 

Non mi giurare che ci sarà presenza. 

Ho la testa in pendenza,  nelle orecchie batte la tua frequenza.  

E guardo il mondo in decadenza , mi sento senza appartenenza e voglio credere che qualcuno lassù abbia clemenza. 

Siamo solo anime disadatte all’obbedienza. 

Anime in corsa che non danno precedenza.

Annina Botta

Dylan Dog e il primo amore.  

​Dylan Dog,  forse il mio primo amore,  ero piccola e andavo a giocare al piano di sopra,  giù a casa dei nonni,  e in un corridoio stretto e un po’ polveroso c’era una libreria bassa piena di libri e fumetti.  C’era odore di carta nell’aria,  mi piaceva guardarli,  sfogliarli,  perdermi tra le copertine.  Poi arrivava il momento,  avevo una paura fottuta ma era più forte di me.  Prendevo l’albo a fumetti e lo leggevo. Sapevo già che poi avrei avuto paura a fare le scale per tornare giù e infatti cercavo di non soffermarmi troppo sulle immagini di mostri,  sangue,  cadaveri.  All’epoca non lo sapevo perché mi attirava così tanto,  era proprio lui,  Dylan,  il punto.  Era un indagatore dell’incubo,  dal passato doloroso e oscuro anche a sé stesso,  con un aiutante/amico bizzarro che però sapeva coglierne le profondità e sfumature.  Dylan suonava il clarinetto,  aveva un’imprecazione tutta sua “giuda ballerino” e aveva il modellino di un vascello al quale lavorava ogni giorno.  Era sempre in lotta continua coi tempi moderni,  con la tecnologia,  sembrava un duro ed era pieno di insicurezze.  Sembrava disincantato e ogni volta finiva per innamorarsi perdutamente.  E di solito veniva mollato per un motivo o un altro.  E lui nonostante tutto,  nonostante gli incubi che lo circondavano,  nonostante la merda,  nonostante le delusioni,  ci credeva sempre.  Era un sognatore,  era ombroso e al contempo spensierato.  Pieno di domande,  pieno di speranze.  Inquieto e semplice,  perché lui lo aveva accettato il suo caos e lo aveva arredato a modo suo.  E poi era bello da far male senza nemmeno accorgersene.  Per questo lo leggevo,  perche Dylan infondo è ciò che sono e continuo a cercare.

Annina Botta 

Fino al polo sud 

​Macinando chilometri,  dal sole battente al freddo polare,  insieme e ti terrei per mano.  Se durante il viaggio ti dovessi stancare io sarei lì a farti ristorare l’anima e il cuore riempiendoti gli occhi di meraviglie.  Perchè fra i capelli tesserei i colori del deserto e sulle labbra scioglierei i ghiacci perenni.  Faremo centomila passi,  e mai sarò davanti a te o dietro,  impareremo ad andare allo stesso ritmo,  troveremo il nostro sentendone mille altri.  Saremo come esploratori,  saremo come avventurieri,  dormendo sotto le stelle e scoprendo i tesori d’oriente.  Ti guarderò pieno d’incanto che scopri i sapori di nuovi mondi,  che arricci il naso ad odori insoliti,  che saltelli fanciullo fra bancarelle di rioni sperduti.  E lo faremo insieme,  dovesse durare un anno o cento.  E poi ancora e ancora se lo vorrai.  Un viaggio infinito,  dalle piramidi agli eskimesi.

Annina botta 

Carta velina

Fiori di ciliegio che danzano nel vento di un pomeriggio a tinte scure. Alzo la testa e fra i capelli corvini si deposita un petalo,  unico tocco di colore in questo piattume. Lo prendo fra le mani come in sogno,  lo chiudo nel pugno per proteggerlo da brezze impertinenti.  Tutt’intorno profumo di nebbia,  inarco la schiena e cambio dimensione.  Sono arrivata dove tutto è colore,  dove tutto è passione,  dove tutto è possibile,  dove tutto è di carta velina,  dove di notte fra le stelle si rincorrono ombre cinesi.  Inizio a dondolarmi dolcemente al suono di un violino che arriva da lontano.  Mi lecco le labbra e vi è sapore di zuccherino nettare,  agrumeto sul fondo,  quanto basta a far pizzicare piacevolmente la lingua.  D’un tratto un rumore,  un brusio mi ridesta,  sono lì in piedi vestita di rosso stagliata su uno scenario di cemento e reticolati.  Mi accorgo che ho ancora il pugno chiuso,  stretto in una morsa,  lo apro per liberare il petalo e vedo solchi profondi sul palmo,  sanguinanti.  Troppo a lungo ho tenuto la presa e del fragile tesoro poco è restato,  raggrinzito dal sudore e dal sangue.  Era bello prima che lo proteggessi,  prima che lo soffocassi,  uccidendo lui e ferendo me.  Lo guardo colma di pentimento e mai più serrerò i pugni per custodire le anime fragili,  aprirò il cuore e le terrò lì,  ma sempre libere di volare,  nel vento,  portando colore in ogni grigiore.  

Annina Botta