Così per dire 

​Parlare.  Le prime parole di solito sono “mamma papà acqua cacca”,  pronunciate tentennando,  con mille persone che ti battono le mani,  ti sbaciucchiano,  si emozionano.  Sono una scoperta,  fonte di ilarità per gli altri,  al suono di neologismi improbabili.  Sono fonte di fissazione per noi,  come quando da piccola ignorandone il significato ripetevo stile mantra “porco can”.  Poi diventano curiosità,  ogni giorno chiediamo il significato di un nuovo vocabolo.  Finché parlare fluentemente non diventa meccanico,  non v’è più traccia d meraviglia, stupore,  svanisce l’ascolto,  svanisce l’impegno.  Non diamo più un peso specifico a ciò che diciamo,  buttiamo là frasi fatte o poco sentite.  Così,  svogliatamente,  inconsapevoli dell’importanza che hanno.  Pensateci,  da piccoli alla fatidica domanda “vuoi più bene a mamma o papà?” andavamo in tilt.  In modo primordiale,  senza pieno coscienza, sapevamo che era importante,  che non era da prendere leggera,  che aveva un senso emotivo profondo.  Ora quante volte ne abusiamo? Quante volte ci soffermiamo su ciò che diciamo e ci dicono? Quante conversazioni fatte di nulla? Con che semplicità le usiamo con violenza o leggerezza? E questo mi fa pensare.  Al perché non si comunica,  al perché tante storie vanno a puttane, tanti rapporti si atrofizzano,  si inaspriscono. Forse dovremmo tornare bambini,  un lessico meno forbito ma più sentito.  Balbettare incerti,  con la voce del cuore però.

Annina Botta 

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