Le rarità 

La cosa più rara è trovare una persona che sappia amare i tuoi difetti. 

Che quando pensi di avere i rotolini non ti dica di andare in palestra ma li baci finché dice che sono magnifici. 

Che quando ti vergogni del tuo corpo ti abbracci forte e lo accarezzi dicendo che è magnifico. 

Che quando gli mostri le smagliature ci passi sopra le dita creando percorsi per nuovi mondi.

Che quando ti copri con le mani il viso ti dica che non ha mai visto nulla di più bello.

Annina Botta 

Lacrime polari 

Si tormentava a le dita delle mani, come se volesse torcerle e plasmarle. 

– c’è una cosa che devo dirti… 

Pausa. Di un secondo, o forse di minuti. 

Il fiato sospeso, il tempo immobile, il mondo tutt’intorno in pausa e dentro la tempesta, i brividi. 

Lui attendeva, gli tremava leggermente il labbro inferiore. 

– io… Io non… Io non credo sia giusto… Per entrambi lo dico, forse dovremmo prenderci una pausa. 

Piombò il gelo, un velo sottile di brina sul cuore, le caddero due lacrime polari. 

– hai ragione

Solo questo Matteo riuscì a dire, avrebbe voluto stringerla e dirle che lo avrebbero superato, che lui c’era, che non poteva sopportare che quel dolore li dividerle. 

– io non ce la faccio, ogni volta che ti guardo ci penso. So che non è colpa tua, ci ho provato e non mi perdonerò mai per questo. 

-scusa, scusa scusa scusa, io non volevo, io non sapevo, mi odio ogni giorno. 

-non devi, non è colpa tua, ma io non riesco più a stare con te, continuo a pensarci, rivivo quei momenti senza sosta. 

– Laura io ti amo. 

– anche io ti amo ma devo ricominciare ad amare me stessa ed andare oltre. Se solo non fossi venuta con te, se solo fossi restata a casa, ora… Ora sarebbe tutto diverso, ma non sono stata abbastanza forte, non lo sono adesso. 

-no! Non dirlo, tu hai lottato, tu hai fatto tutto ciò che potevi. 

Si guardarono, entrambi erano stravolti, come due sopravvissuti, come due reduci di guerra che non torneranno più gli stessi. 

Lui le si avvicinò, la abbracciò dolcemente e le diede un bacio sulla fronte. 

Restarono così, Matteo con le labbra poggiate su di lei e Laura che piangeva piano con piccoli sobbalzi. 

Sapevano che era un addio ma anche che sarebbero rimasti incatenati per sempre l’uno all’altra.

Annina Botta 

Eucalipto ai koala 

A volte si deve prendere una pausa. 

Da tutto, da tutti, anche da se stessi. 

Se ne avessi il coraggio mollerei tutto e andrei chissà dove, lontano a vedere che si prova a non avere legami. 

Per ricostruirmi. 

Per stare sola.

Perché è inutile, la solitudine guarisce più di qualsiasi altra cosa. 

Ti permette di stare in silenzio e quietare i pensieri più ingombranti, ridimensionarli, perdonarti. 

E non ti salva l’amore, forse fa peggio, forse sarebbe solo sproporzionato e malato. 

Devi fare prima pace col tuo passato e poi buttarti a costruire il futuro. 

Se solo ne avessi il coraggio io andrei, non so dove. Potrei seguire le stelle, una mappa con un significato che solo io posso capire. 

E non opporrei resistenza, mi lascerei solo guidare. 

Forse è per questo che provo ad allontanare tutti, che non voglio complicazioni, che complico il pane. 

Perché non parto a dare eucalipto ai koala o acqua ai dromedari. Allora viaggio da ferma, dentro di me.

Annina Botta 

Occhi da uccellino 

Ho conosciuto un sacco di persone. 

Se mettessimo in fila tutti quelli con cui abbiamo parlato quanto sarebbe lunga? 

Da qui all’altro capo del mondo, diventerebbe un ponte, un’unione. 

Eppure non te ne ricordi neanche la metà, a me per dire, ne è rimasta impressa una. 

No, non un figo da paura con gli occhi azzurri. 

Era una signora anziana al supermercato. 

L’ho accompagnata fino a casa portandole le buste.

Era, come dire, era soave. 

Fiera e delicata. 

Le tremava la voce e mi ha raccontato dei suoi malanni. 

Aveva gli occhi di un uccellino, avete presente quegli occhi scuri e neri come un pozzo? Erano vispi e velati di tristezza. 

Le avrei voluto dire che qualunque cosa avessero visto doveva essere bellissima e tremenda.

La avrei voluta abbracciare ma non l’ho fatto. 

Ogni tanto mi torna in mente quella signora, non è strano? Che fra tutte le persone che incontriamo, senza un motivo preciso, una ci resti più di altre?

Ho parlato con gente per serate intere nei locali e non avrei saputo dire che faccia avevano dopo cinque minuti. 

Invece quella donna anziana a distanza di un sacco di tempo la riconoscerei fra mille.

Annina Botta 

Non siamo oggetti 

Non ho mai pubblicato uno screen. Mai.

Mi arrivano piselli, proposte indecenti varie, le ignoro e basta. 

Questa volta voglio approfittarne per fare una considerazione. 

Per voi esattamente che cosa sono le donne? Gingilli sessuali con cui trastullarvi beatamente? 

Cosa vi fa sentire in diritto di trattarci da oggetti? 

Questo tizio magari è un uomo che ha una compagna, amici, vita sociale eppure si permette di sconfinare, andare oltre. 

E no, non ditemi che giacche siamo su un social è meno grave, meno importante. 

Le parole possono essere violente come una palpata a mano aperta in tram. 

Il mio essere donna si limita a questo? A un uomo che vorrebbe farmi rosso un orifizio? 

Il mio essere donna, single, libera, con una vita sessuale può forse legittimarlo? 

No. La risposta è sempre e solo no. 

E questo succede ogni giorno a tutte, non serve essere bellissime, pure a una mediamente cessa come me arrivano in continuazione. 

E succede sui social, nei bar, per strada. 

Sguardi sporchi a chiunque sia munita di tessuto mammario, avances pesanti, battutine volgari e squallide. 

Perché non ci date rispetto come individui? Perché non ci considerate esseri intellettualmente validi? Con sentimenti? 

Perché io rivendico il mio diritto al sesso, ma consensuale. Il mio diritto di farlo con chi e quando voglio, ma non ad minchiam con chiunque. 

Di farlo anche da single ma con qualcuno che mi dà una spinta di testa, non solo di bacino. 

Ricordate che c’è differenza fra dare attenzioni e molestia. 

Riordate che non si invade l’intimità altrui né fisicamente né verbalmente. 

Riordate che potete anche avere regali batacchi ma un atto sessuale è molto più che mera penetrazione. 

Anche in assenza di amore.

Annina Botta 

L’arto fantasma 

-sai cosa? Ti avrei chiamato. Tutte le notti. 

-perché non l’hai fatto? 

-avevo così tante cose da dirti, una vita intera da raccontarti. 

-potevi iniziare. 

-troppe parole, così tante che sarebbero restate aggrappate alla lingua. Sarei restata in silenzio. Avrei finito col riagganciare. 

-allora avresti dovuto farlo. Ero lì anche per quello, per farmi chiudere il telefono in faccia. 

-tu non c’eri. Per undici anni sei sparito, come potevo sapere che dall’altro capo del filo ti avrei trovato? 

-perché siamo noi. Perché questo non può cambiare col tempo. 

-io sono cambiata. 

-io pure. Siamo diversi e sempre gli stessi. 

-no. Io sono cambiata davvero. Hai idea di cosa significhi essere me adesso? 

-no, però me lo puoi spiegare. 

-e come? Cosa dovrei dirti? Le solite frasi fatte? Che la vita è dura, che sono stanca, che dopo la notte arriva l’alba? 

-se vuoi. 

-dopo la notte non arriva niente. Solo altra notte, un buio perenne. 

-io volevo stare con te in questa lunga notte. 

-anche io. 

-tu sei andata via. 

-dovevo. Con me avresti vissuto a metà. Saresti stato mutilato. 

-senza te sono stato mutilato. Sei partita senza salutare e non sei più tornata. Ho vissuto con la psicosi dell’arto fantasma per tutto questo tempo. Ed eri tu l’arto che mi mancava. 

-cosa avrei potuto darti? Niente figli, nessuna parvenza di normalità, malattia. 

-era una scelta che spettava a me. 

-io sono malata. Davvero pensi che saresti stato pronto per questo? 

-si è vero sei malata, ma preferisco una vita malata con te che una vita a metà senza di te. 

-tu non capisci… Tu non ti rendi conto. 

-tu non ti rendi conto. E ora, se scendi da questo treno e invece di fuggire di nuovo a duemila chilometri scendi e ti lasci abbracciare forse lo capirai.

Annina Botta 

Di maturandi 

Ricordo la mia notte prima degli esami, era il 2005. 

Andai in piazza e si diceva uscisse Svevo, ci guardavamo con aria complice, riconoscendo timori e aspettative negli altri, erano anche le nostre. 

Non dormii per nulla. 

Poi invece uscì Dante, ripiegai sul saggio breve sul viaggio. 

Credevo che avrei viaggiato, che avrei girato il mondo. 

Il 2005 cazzo, sembra ieri. 

Eravamo schegge impazzite proiettate verso il futuro, orolungamenti in carne di sogni e ambizioni. 

Protesi verso quel futuro, che ora che scrivo, è già passato. 

L’università, la laurea, un lavoro edificante, il mondo era nostro. 

Quella notte la paura si mischiava all’eccitazione. 

Il giorno degli esami emozionalmente è stato meno forte rispetto all’attesa degli stessi. 

Ricordo anche come ero oscenamente vestita. 

Maglietta rossa, reggiseno con le bretelle trasparenti, jeans nero e ballerine. 

All’epoca era da fighi ve l’assicuro. 

Tutti ad ascoltare Venditti e bere una birra, io già al tempo ero una mezza sega e ne bevvi un quarto. 

Tutti lì, ognuno a suo modo, ognuno col suo percorso, ognuno coi suoi obiettivi, tutti accumunati da un salto. 

Una prova di coraggio. 

Perché l’esame in sé non fa paura, la paura è che è la fine di un ciclo. 

Si chiude il cerchio. 

Vai di diritto nel mondo degli adulti e addio a tutto ciò che conoscevi. 

Quello fa paura, cazzo se ne fa. 

Eravamo pronti? Non lo so, non so neanche se sono pronta adesso. 

Poi per alcuni le cose sono andate esattamente come volevano, per altri no. 

Ci siamo persi, anche se ci eravamo promessi di non farlo. 

Abbiamo imparato a muoverci nel mondo, inciampando, e continuando a farlo. Ragazzi non abbiate paura, gli esami passeranno in un lampo. Passeranno fin troppo in fretta. 

La notte prima degli esami la rivivrete ogni volta che la vita vi porrà davanti a una scelta.

Ogni volta che sarete impauriti o confusi o in ansia da prestazione. 

Ragazzi, voi non sapete quanto vi mancherà questa benedetta notte che ora vi sta togliendo il sonno. 

Gustateveli questi esami, ve lo dice una maturanda,  del 2005, ma infondo sembra ieri.

Annina Botta